Odorosa di agrumeti, vestita di mandorli. Palermo, capoluogo di regione della Sicilia è sempre stata tra le mete preferite dei viaggiatori del Grand Tour e dopo 200 anni appare al turista moderno non molto dissimile dagli acquarelli di Christoph Heinrich Kniep o dalle incisioni di C. Horny che ce la mostrano superba e solare lambita dal mare sul fondale della Conca d’oro. Una città costruita dalla storia e dall’arte che insieme hanno delineato quattro anime differenti che continuano a palpitare tra le strette viuzze e i maestosi monumenti: l’anima araba, la normanna, la rinascimentale e la barocca.
Quando infatti nel 948 gli arabi conquistarono l’intera isola fecero di Palermo la capitale dell’emirato siciliano, una capitale che le cronache ci tramandano ricca e sontuosa asserragliata nei giardini e assediata da mercati intorno al quartiere fortificato di al Qasar, il Cassero. Oggi purtroppo dell’eredità architettonica araba non rimane nulla se si escludono i ruderi inglobati nella Chiesa S. Giovanni degli Eremiti. Al contrario gran parte dell’impianto urbanistico del centro storico è di pura marca islamica.
Il labirintico intrigo di vicoli ciechi, archi, sott’archi e impossibili scalee che sembrano sospese nel vuoto rimandano senza alcun dubbio alla struttura stregata della casba. Una città già mitica dunque, prima dell’anno mille, che con l’arrivo di Ruggero II, re dei normanni, non fece accrescere il proprio prestigio tanto da far dire al geografo arabo Idrisi che si trattava “ della più grande e bella metropoli del mondo, e le sue bellezze sono infinite”.
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